Ho costruito tanto. E mi sento fermo.

Ho costruito tanto. E mi sento fermo.

By Yuriy Zhar 8 min read
SendVia, Spectre, gli holon, il lavoro di domani. In questo periodo mi si mescola tutto: poche risposte, tante idee e ancora voglia di costruire.

Mi sa che in questo periodo faccio fatica a capire dove andare. Le idee ci sono, quelle sempre, però appena ne prendo una comincio a pensare alle altre cose che ho già costruito e che sono rimaste lì. SendVia Chat, Freelance Fast... e già mi parte il pensiero: va bene, anche questa riesco a farla. Poi chi la usa?

Con Spectre, per esempio, ci ho creduto davvero tanto. Mi sembrava di vedere una possibilità enorme, nel framework e in tutti gli strumenti che gli stavo costruendo attorno. Pensavo che potesse cambiare qualcosa di importante nel modo in cui l’industria usa gli agenti. Scritta adesso sembra una frase grossa. Però io ci credevo, mentre lavoravo ci credevo.

E adesso mi ritrovo a ripensarne le fondamenta. Ci arrivo dopo, perché già sto mischiando il problema di trovare clienti con quello di fare ricerca. Nella mia testa comunque sono mischiati anche peggio di così.

SendVia Chat, Freelance Fast, Vex Chat, BarcaVia Chat, i preventivi con SendVia, i CRM per attività specifiche. E altre idee che ho provato a far diventare qualcosa. In parecchi casi il prodotto c’era, potevi usarlo. Il riscontro invece pochissimo. Ho mandato circa mille email a centinaia di aziende, cercato contatti, fatto proposte. A scriverlo in una riga sembra una cosa veloce, ma dentro c’è stato un sacco di lavoro e anche aspettativa. Magari questa volta interessa. Magari questa azienda il problema ce l’ha.

Spesso niente. E io continuo a chiedermi se ho sbagliato prodotto, persona, modo di spiegarlo. Forse per loro quel problema conta molto meno che per me. Forse hanno già risolto in un modo brutto che però gli va bene. Il punto è che con poche risposte rimango lì a fare ipotesi, e intanto passa il tempo.

Poi c’è il lavoro di domani. Anche quello mi preoccupa. Trovare clienti mi sembra più difficile e sento che l’AI c’entra: sempre più persone possono provare a farsi da sole una pagina, un’automazione, un piccolo software. Magari quello che ottengono gli basta. Io questi strumenti li uso, so che possibilità danno, è anche per questo che ci penso tanto.

A volte mi entusiasmo per una cosa nuova che riescono a fare e subito dopo penso: okay, e questa prima era una cosa per cui qualcuno avrebbe pagato me. Mi fa uno strano effetto avere tutti e due i pensieri insieme.

Sto cercando di crescere anch’io, alzare il livello, andare verso problemi che l’AI ancora fatica a risolvere. Però è una corsa. Mi metto a studiare una cosa e intanto lei va avanti, ogni anno sembra accelerare, quasi esponenziale per come la vivo io. Quello che oggi è difficile magari tra un po’ diventa normale. E io ho investito tempo lì. Avrei dovuto metterlo da un’altra parte? Boh, a saperlo.

Su Spectre avevo una convinzione molto forte soprattutto riguardo al Governed Act Model. L’agente può ragionare, proporre, avere capacità anche enormi, e poi bisogna decidere con quali permessi può fare davvero qualcosa. Quando tocca dati, risorse, il lavoro di altre persone, servono regole. A questa idea ci ho dedicato tantissimo. Ci vedevo un modo concreto di affrontare un problema che per me era fondamentale.

Poi ho cominciato a studiare gli holon. Volevo capire come far crescere sistemi con tanti agenti, come organizzarli, come un insieme possa funzionare un po’ come una mente e ogni agente conservare comunque qualcosa di suo. L’identità, la cognizione, il rapporto tra la parte e il tutto. E da lì ho iniziato a rimettere in discussione praticamente tutto, anche il posto del GAM nell’architettura.

Mi sono ritrovato a cercare un Actor Model cognitivo. Già solo spiegare cosa intendo mi richiede un sacco di ragionamenti, e nel frattempo alcune risposte che pensavo di avere non mi convincono più. Ci sono idee singole che mi piacciono molto. Provo a unirle e qualcosa non torna. Allora cambio un pezzo, che però cambia anche gli altri, e a un certo punto sono fermo.

Questa parte faccio fatica ad ammetterla. Perché da fuori magari si vedono le librerie, gli articoli, tutto il lavoro, e io adesso su certe cose non so più bene come andare avanti.

Ogni tanto mi dico che dovrei concentrarmi su un prodotto più piccolo, qualcosa di concreto da far usare a qualcuno. E torno a pensare a SendVia. Solo che anche lì ci ho provato, eh. Ho cercato aziende, pensato a bisogni specifici. Poi ti ritrovi a parlare di pubblicità, di distribuzione, di quanto devi spendere prima ancora di capire se interessa. Quel budget io non ce l’ho.

Tra l’altro, nei servizi che ho cercato di vendere l’AI spesso è una cosa aggiunta. La base rimangono messaggi, preventivi, contatti, cose abbastanza normali del lavoro di ogni giorno. Se una funzione AI aiuta bene, ma il bisogno dovrebbe esserci anche senza. Lo dico perché ormai appena presenti qualcosa sembra che debba finire nello stesso mucchio di tutti gli strumenti nuovi che escono.

E il cliente deve fidarsi di te. Questa cosa io la capisco. Se affidi un pezzo del tuo lavoro a uno che hai appena trovato online vuoi sapere chi c’è dietro, se ci sarà anche dopo, se vale la pena cambiare le tue abitudini. Io posso mostrarti il software, il codice, raccontarti cosa ho fatto. La fiducia poi richiede tempo. Devo riuscire almeno ad avere l’occasione di costruirla.

Ho fatto tanto open source anche per rendere visibile il mio lavoro, e continuo a scrivere qui. Un po’ di persone leggono, qualcosa si muove. Speravo che da tutto questo arrivassero anche più occasioni, più utenti. Finora faccio fatica a far partire davvero i prodotti. A volte mi viene da pensare che devo ancora scrivere, ancora spiegare, fare un’altra demo. Poi mi chiedo quanto tempo posso continuare così.

Ecco, il tempo. È una cosa che torna sempre anche nella ricerca sugli holon. Perché vorrei farla bene. Un’idea interessante la puoi scrivere in poche righe, dopo devi capire come provarla, quali esperimenti fare, con cosa confrontarla. I dati, i dataset, le misure. Devo poter capire anche quando quello che ho immaginato è sbagliato. E riuscire a spiegarlo abbastanza bene perché qualcun altro lo possa discutere e verificare.

Vorrei mettere tutto insieme e tirarne fuori qualcosa che abbia senso. Invece certe volte aggiungo una domanda e basta. Mi sento un po’ perso, sì.

Intanto su internet sembra che tutti abbiano già capito il prossimo passo. Ogni annuncio è enorme, ogni demo sembra cambiare tutto. C’è così tanto hype che faccio fatica a capire a cosa credere, su cosa valga la pena fermarsi. E nel mezzo dovrei pure farmi conoscere io, con il mio progetto, cercare utenti, farlo crescere. Già riuscire a farsi ascoltare sembra un lavoro intero.

Mi rimane la sensazione di essere dietro. Dietro alle ricerche, a chi sta costruendo, a chi sa già come vendere quello che costruisce. Magari di loro sto vedendo soltanto la parte che funziona, lo so. Però poi torno sulle mie cose e quella sensazione ce l’ho uguale.

È anche per questo che certe volte faccio fatica a dormire. Continuo a pensare a dove sta andando tutto, dove mettere il tempo che ho, cosa dovrei costruire adesso. Comincio da una questione tecnica e mi ritrovo a chiedermi che lavoro farò tra qualche anno. Poi torno alla questione tecnica, perché forse risolverla mi aiuterebbe. La testa continua a girare così.

E la cosa assurda è che a me questo progresso piace. Mi fa piacere pensare a quanto potrà fare l’umanità con strumenti del genere. Ci sono possibilità incredibili, le uso anch’io, mi incuriosiscono ancora. Vorrei riuscire a partecipare a tutto questo e trovare anche il modo di viverci. È lì che per ora faccio fatica.

Forse ho aperto troppe cose. Forse dovevo insistere di più su una sola, o parlare prima con le persone, o spiegarmi meglio. Me lo chiedo, mica penso che basti scrivere buon codice e il mondo mi debba dei clienti. Però un po’ sono deluso anche di me stesso. Mi aspettavo di riuscire a portare qualcosa più avanti. E quando si accumulano tanti tentativi così, anche cominciare il prossimo diventa diverso.

Mi accorgo che sto tornando ancora ai prodotti, ma è proprio questo il casino. La ricerca, il lavoro, il futuro, le idee. Dovrei riuscire a tenerle un po’ separate e invece una cosa mi porta subito all’altra.

Comunque continuerò a lavorarci. A sviluppare, a cercare di capire queste cose. Mi piace ancora troppo, anche se adesso mi sento così. Quando provo a immaginare una vita in cui mi sento realizzato finisco sempre qui, a costruire qualcosa. Faccio fatica perfino a immaginarmi in un altro modo.

Vorrei riuscire a portarne una abbastanza avanti da vedere qualcuno tornare e usarla perché gli serve. Una cosa che finalmente trova il suo posto. Intanto ho ancora parecchio da rimettere in ordine, questo sì.

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Yuriy Zhar

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