Sono andato a una fiera del turismo. E sono tornato a costruire una galassia.

Sono andato a una fiera del turismo. E sono tornato a costruire una galassia.

By Yuriy Zhar 5 min read
Al TTG di Rimini ho trovato l'AI ovunque. Tra il lancio social di RedoMap, i dubbi sul futuro del lavoro da sviluppatore e Atlas of the Void, provo a capire dove sto andando.

Qualche giorno fa sono stato al TTG Travel Experience 2026 di Rimini, una delle principali fiere del turismo in Italia. Ci sono andato per RedoMap, un progetto al quale sto lavorando da parecchio tempo e che finalmente sta cominciando a incontrare il mercato.

È stata una bella esperienza. Tanta gente, aziende, startup, nuove idee, persone che cercano di vendere qualcosa e altre che cercano di capire cosa comprare.

E poi, naturalmente, intelligenza artificiale.

Ovunque.

AI per gli hotel, AI per le prenotazioni, AI per gli itinerari, AI per rispondere agli ospiti, AI per gestire le strutture. A un certo punto mi aspettavo quasi di trovare un'intelligenza artificiale anche nei bagni, magari per suggerirmi quale fosse il momento migliore per lavarmi le mani.

Scherzi a parte, alcune cose erano interessanti. Altre mi hanno lasciato un po' perplesso.

Non perché l'intelligenza artificiale non serva nel turismo. Anzi, penso che possa portare parecchi vantaggi. Il problema è che ho avuto la sensazione che in molti casi si cercasse più che altro un modo per infilare la parola AI dentro una presentazione.

Hai un gestionale? Aggiungi un chatbot.

Hai una piattaforma per prenotare qualcosa? Falle generare qualche suggerimento.

Hai un'app che mostra delle informazioni? Collegala a un LLM e adesso è intelligente.

Non voglio nemmeno criticare troppo queste soluzioni. Magari funzionano, magari fanno risparmiare tempo e qualcuno è contentissimo di usarle. Alla fine se il cliente paga e il prodotto gli risolve un problema, chi sono io per dire che non serve?

Però mi sembra di rivedere un film già visto.

Anni fa doveva essere tutto cloud. Poi blockchain, Web3, NFT. Adesso tutto deve essere AI-powered, possibilmente agentic, perché intelligent da solo forse non fa più abbastanza effetto.

E la cosa buffa è che io stesso utilizzo l'AI praticamente tutti i giorni.

Ormai buona parte del codice che produco viene scritta con l'aiuto di agenti AI. Ci lavoro continuamente, sperimento, faccio sviluppare interi componenti, li testo, li faccio correggere. Ho cambiato parecchio il mio modo di programmare negli ultimi mesi.

Quindi non sono certo uno di quelli che pensa che l'AI sia una moda passeggera.

Al contrario. Forse è proprio perché vedo ogni giorno cosa riesce a fare che mi sembra strano quando viene presentata come un'innovazione straordinaria anche dove non aggiunge praticamente niente.

Ma tornando a casa da Rimini ho cominciato a pensare anche a un'altra cosa.

E riguarda noi programmatori.

Ultimamente vedo sempre più sviluppatori che cercano di diventare imprenditori. Micro-SaaS, piccole piattaforme, servizi online, applicazioni per risolvere problemi di nicchia. Basta aprire qualche community e trovi continuamente qualcuno che ha lanciato un nuovo prodotto.

Certo, gli sviluppatori hanno sempre avuto voglia di costruire cose proprie. Non è una novità.

Però ho l'impressione che oggi ci sia anche un altro motivo.

Forse molti di noi non sanno più bene dove mettere tutta l'esperienza accumulata negli anni.

Ci pensavo proprio guardando alcune soluzioni presentate in fiera. Prodotti che fino a qualche anno fa avrebbero richiesto mesi di sviluppo, magari un piccolo team, e che oggi uno sviluppatore può realizzare in pochissimo tempo con l'aiuto dell'AI.

Da un lato è una cosa incredibile.

Dall'altro, se tutti possiamo costruire software così velocemente, quanto vale ancora la capacità di costruirlo?

Per anni abbiamo studiato linguaggi, architetture, database, infrastrutture. Abbiamo passato notti a capire perché qualcosa non funzionasse, imparato a progettare sistemi che reggessero nel tempo, a evitare problemi che magari sarebbero comparsi soltanto dopo mesi.

E adesso un cliente vede qualcuno che con qualche prompt realizza una web app in un pomeriggio.

Magari funziona male. Magari tra sei mesi sarà impossibile da mantenere. Magari sotto c'è un disastro di architettura.

Ma se fa quello che gli serve, almeno per il momento, perché dovrebbe preoccuparsene?

Io continuo a pensare che l'esperienza conti moltissimo. Quando lavori su sistemi reali, con utenti, pagamenti, dati e responsabilità, certe competenze diventano ancora più importanti.

Solo che avere ragione tecnicamente non significa necessariamente avere ragione commercialmente.

E questa cosa mi preoccupa.

Perché anch'io mi ritrovo nella stessa situazione.

Ho passato anni a imparare, costruire librerie, piattaforme, sistemi abbastanza complessi. Ho una quantità di idee che probabilmente non riuscirò mai a realizzare tutte, anche lavorando giorno e notte.

Eppure trovare nuovi clienti è diventato sempre più difficile.

Negli ultimi mesi ho provato a proporre diversi servizi, contattato centinaia di aziende, mandato un'infinità di email. In certi casi avevo già il prodotto funzionante, non soltanto una bella presentazione.

Risposte? Poche.

Ogni tanto qualcuno apre il link, qualcuno sembra interessato, poi sparisce. Altri probabilmente non arrivano nemmeno a leggere quello che ho scritto.

E lì cominci a farti mille domande.

Ho sbagliato prodotto? Ho scelto le aziende sbagliate? Forse non so vendere? Oppure sto cercando di risolvere problemi che alle persone non interessano abbastanza?

Boh.

La cosa paradossale è che oggi riesco a costruire molto più software di qualche anno fa, ma non per questo riesco a guadagnare di più.

Anzi.

E allora cominci a pensare che forse dovresti smettere di vendere il tuo tempo come sviluppatore e provare a diventare imprenditore.

Creare qualcosa di tuo. Trovare cento persone disposte a pagare un piccolo abbonamento. Magari anche soltanto dieci, per cominciare.

Sembra facile quando leggi le storie di chi ci è riuscito.

Poi scopri che costruire il prodotto era probabilmente la parte più semplice.

Almeno RedoMap comincia a muoversi

In mezzo a tutto questo, però, c'è anche qualche bella soddisfazione.

Con RedoMap abbiamo lavorato davvero tanto negli ultimi mesi. Per chi non lo conosce, è una piattaforma che permette di creare esperienze turistiche interattive, percorsi, audioguide e contenuti legati ai luoghi, accessibili direttamente dal browser.

L'idea che mi piace di più è abbastanza semplice: ci sono persone che conoscono un territorio molto meglio di qualsiasi motore di ricerca.

Conoscono le storie, le curiosità, i piccoli dettagli che non trovi sulle mappe. E spesso tutte queste conoscenze rimangono chiuse nella testa di chi le possiede, oppure dentro qualche guida cartacea.

Con RedoMap cerchiamo di rendere queste esperienze accessibili a chi visita un territorio.

E adesso abbiamo lanciato anche la parte social, redomap.it, dove Creator, guide e persone che conoscono un luogo possono creare e pubblicare le proprie esperienze, con la possibilità di guadagnare dai contenuti.

Al TTG abbiamo presentato anche questa nuova direzione e, devo dire, è andata abbastanza bene.

Abbiamo raccolto interesse, nuove iscrizioni, contatti e diversi riscontri positivi. Non significa che abbiamo già conquistato il mercato, eh. Siamo ancora all'inizio e tra una persona interessata e un cliente che paga c'è una bella differenza. Questa ormai l'ho imparata abbastanza bene.

Però è stato bello vedere persone vere davanti al prodotto, sentirle fare domande, raccontare cosa vorrebbero realizzare.

Finalmente non soltanto codice, test e idee nella mia testa.

Tra l'altro durante la fiera c'è stato anche un confronto interessante insieme all'Accademia Italiana per il Turismo e all'Associazione Startup Turismo.

Il tema, in sostanza, era questo: se oggi un'intelligenza artificiale può generare un itinerario turistico in pochi secondi, che valore rimane a una guida turistica?

Quando ci penso mi viene quasi da ridere.

Perché è esattamente la stessa domanda che mi faccio io come programmatore.

Se l'AI può scrivere codice, perché qualcuno dovrebbe pagare me?

Forse la risposta è simile.

Una guida non è soltanto una persona che ti dice dove si trova una chiesa o quando è stato costruito un palazzo. Ti racconta un luogo attraverso la propria esperienza, le proprie conoscenze, il proprio modo di vedere le cose.

Allo stesso modo, uno sviluppatore non dovrebbe essere soltanto qualcuno che scrive funzioni.

Almeno spero.

Perché poi c'è sempre il problema di convincere il mercato che quella differenza vale qualcosa.

E su questo, come dicevo, sto ancora imparando.

E nel frattempo mi sono messo a costruire una galassia

Come se non avessi già abbastanza cose da fare, negli ultimi mesi ho ripreso anche un'altra idea.

Un gioco web.

Si chiama Atlas of the Void ed è un gioco strategico spaziale, ambientato in una galassia viva e persistente, dove l'esplorazione ha un ruolo fondamentale.

Non voglio raccontare troppo delle meccaniche, anche perché ci sto ancora lavorando e alcune cose potrebbero cambiare.

Però l'idea di fondo è creare un universo che non esista soltanto per il giocatore.

Una galassia che continua a vivere, evolversi, cambiare anche quando nessuno la sta guardando. Dove esplorare lo spazio non significa soltanto spostarsi da un punto all'altro di una mappa, ma scoprire qualcosa che prima non conoscevi.

Ed è proprio questa parte che mi sta piacendo di più.

Lo sto sviluppando con Elixir, Phoenix LiveView e la BEAM. E devo dire che più ci lavoro, più mi convinco che siano tecnologie davvero interessanti anche per questo genere di applicazioni.

La parte divertente è proprio far vivere tutto nel browser, in tempo reale.

Non voglio costruire un insieme di pagine dove clicchi un pulsante, aspetti una risposta e poi aggiorni la schermata. Voglio che ci sia un universo dietro, con i suoi processi e i suoi eventi, e che il browser ne mostri continuamente quello che sta succedendo.

Con Elixir mi viene abbastanza naturale ragionare in questo modo. La concorrenza, i processi indipendenti, la comunicazione tra componenti sono già parte dell'ambiente in cui lavoro.

E Phoenix LiveView mi permette di portare tutto questo sul web senza dover trasformare il progetto in una gigantesca applicazione JavaScript che deve gestire ogni cosa da sola.

Naturalmente non è tutto così semplice. Quando cominci a gestire una galassia, le prestazioni, la sincronizzazione e il modo in cui rappresenti il mondo diventano problemi interessanti.

Però sono proprio quei problemi che mi piace affrontare.

La cosa bella è che il gioco sta venendo fuori davvero bene.

Ogni tanto apro la mappa per provare qualcosa, magari un cambiamento che ho appena fatto, e mi ritrovo a esplorare la galassia invece di continuare a lavorare.

E penso: cavolo, sta cominciando davvero ad assomigliare a quello che avevo immaginato.

Anche qui l'AI mi sta aiutando parecchio. Una buona parte del lavoro di implementazione viene fatta dagli agenti, mentre io mi concentro soprattutto sull'architettura, sulle decisioni e su come collegare i vari sistemi.

Non sempre funziona al primo colpo. Anzi, ci sono momenti in cui devo fermare tutto perché l'agente ha deciso di costruire qualcosa in un modo che non mi piace affatto.

Ma quando riesco a organizzare bene il lavoro, i risultati arrivano molto più velocemente di quanto avrei potuto immaginare qualche anno fa.

Ed è una sensazione strana.

Sto usando proprio quella tecnologia che mi preoccupa per costruire qualcosa che forse, senza di essa, non avrei mai avuto il tempo di realizzare da solo.

Forse sto soltanto cercando di scappare

Ogni tanto mi chiedo perché mi sia messo a sviluppare un gioco.

Non sarebbe più sensato concentrarmi sui clienti? Cercare nuove collaborazioni? Costruire un piccolo prodotto da vendere? Oppure dedicare tutto il tempo possibile a RedoMap e agli altri lavori?

Probabilmente sì.

Anche perché non è che mi trovi in una situazione economica nella quale posso permettermi di ignorare queste cose.

Eppure mi ritrovo a passare ore a costruire una galassia immaginaria.

Forse perché mi mancava programmare qualcosa semplicemente per il piacere di farlo.

Senza dover pensare continuamente a chi potrebbe comprarlo, come pubblicizzarlo, quali aziende contattare, quanti utenti servirebbero per pagare il server.

Quando lavoro al gioco posso pensare a come rendere interessante un universo, come farlo funzionare, cosa potrebbe succedere al suo interno.

E per qualche ora il problema non è convincere qualcuno che quello che faccio abbia valore.

Il problema è semplicemente riuscire a realizzare quello che ho in testa.

Magari è una forma di fuga.

Forse sto cercando di nascondermi da un cambiamento che non so ancora bene come affrontare.

Perché questa è la parte che faccio più fatica a spiegare.

Io sono entusiasta dell'intelligenza artificiale. La utilizzo continuamente, seguo i progressi, provo nuovi strumenti e rimango spesso impressionato da quello che riescono a fare.

Ma allo stesso tempo vedo cambiare il valore di un mestiere al quale ho dedicato una parte enorme della mia vita.

Ogni nuova capacità dell'AI mi entusiasma e, un attimo dopo, mi fa pensare a cosa significherà per il lavoro di domani.

E non sono nemmeno contrario a questo cambiamento.

Mi sembra assurdo voler fermare una tecnologia soltanto perché potrebbe rendere meno richieste le competenze che abbiamo imparato.

Però tra capire razionalmente una cosa e viverla sulla propria pelle c'è una bella differenza.

Al TTG ho visto tante aziende cercare di adattarsi al nuovo mondo dell'AI. Alcune con idee davvero interessanti, altre forse semplicemente perché avevano paura di rimanere indietro.

E tornando a casa mi sono reso conto che forse sto facendo la stessa cosa.

Cerco nuovi prodotti, nuove opportunità, modi diversi di utilizzare quello che so fare. Provo a capire cosa avrà ancora valore tra qualche anno.

E intanto costruisco un gioco web ambientato nello spazio.

Magari Atlas diventerà qualcosa di interessante anche commercialmente. Magari ci giocheranno in dieci. Magari lo finirò e scoprirò che non interessa praticamente a nessuno.

Non sarebbe nemmeno la prima volta che mi succede con un progetto.

Però, stranamente, questa volta la cosa mi pesa meno.

Mi piace costruirlo. Mi piace vedere l'universo prendere forma. Mi piace ancora risolvere problemi tecnici, anche se oggi posso delegare una parte enorme del lavoro a una macchina.

E forse è proprio questo che sto cercando di non perdere.

Il piacere di creare qualcosa.

Non so ancora se in futuro sarò principalmente uno sviluppatore, un imprenditore o qualche strana combinazione delle due cose.

A volte mi sembra di avere tantissime possibilità davanti. Altre volte di non sapere più bene quale strada prendere.

Per il momento continuo a lavorare, sperimentare e cercare di capire dove sta andando tutto questo.

E quando mi stanco di pensare al mercato, ai clienti e al futuro del mio mestiere, apro Atlas e torno a esplorare la mia galassia.

Almeno lì, per qualche ora, posso preoccuparmi dei problemi di un altro universo.

Che tra l'altro sono quasi tutti problemi che ho creato io.


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Yuriy Zhar

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Passionate web developer. Love Elixir/Erlang, Go, TypeScript, Svelte. Interested in ML, LLM, astronomy, philosophy. Enjoy traveling and napping.

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